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Cultura

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COMMISSIONE IV: CULTURA E ISTRUZIONE

Relatore: Lorenzo Terzi

Vice Presidente di Commissione

Gaeta, 10 marzo 2012

 

 

I TERMINI REALI DEL PROBLEMA


Il primo febbraio scorso il Ministro per i rapporti con il Parlamento, professor Dino Piero Giarda, è intervenuto sulla questione della validità della laurea con un articolo pubblicato dal «Messaggero» e dal «Mattino» di Napoli, dal titolo quanto mai esplicito: Laurea, il valore deve essere ridotto.

Secondo l’illustre corsivista, il valore legale del titolo di laurea costituirebbe un unicum nel mondo accademico internazionale. Non solo, ma esso rappresenterebbe addirittura “una categoria filosofica con qualche risvolto pratico”. I “risvolti pratici”, sempre a detta del Ministro, sarebbero tre, tutti meritevoli di discussione.

Innanzitutto, scrive Giarda, “spesso nei contratti collettivi di lavoro, soprattutto per il settore pubblico, il conseguimento della laurea attiva un passaggio automatico di carriera o di livello retributivo. Non sorprende che in numerose facoltà e corsi di laurea si incontrino studenti avanti negli anni che frequentano e sostengono esami nell’obiettivo di una laurea triennale da far valere per gli avanzamenti di posizione”.

Il secondo risvolto consisterebbe nel fatto che “spesso i concorsi pubblici hanno come prerequisito, per certe carriere, il possesso di una laurea; con un subalterno che in qualche caso è richiesto, per l’ammissione al concorso, un voto minimo di laurea”.

Infine, il terzo: “nei concorsi pubblici per titoli ed esami - ai quali si acceda solo con una laurea - spesso il voto di laurea costituisce titolo il cui peso nella valutazione complessiva  dei titoli del candidato è a volte fissato dal bando di concorso, altre volte lasciato alla discrezionalità della commissione”.

Il ministro, quindi, prende sommariamente in esame i tre punti sopra elencati. Per prima cosa, secondo Giarda, sarebbe “assai poco logico, oltre che molto inefficiente, che l’acquisizione di una laurea comporti automaticamente uno scatto di carriera o di retribuzione”. Ciò detto, il professore ritiene - evidentemente - di aver chiuso la questione, senza nemmeno bisogno di argomentare. Gli “scatti” di carriera dovuti all’acquisizione della laurea sono illogici e inefficienti. Punto. Ego ipse dixi!

Bisogna ammettere che Giarda compie qualche sforzo in più per chiarire il suo punto di vista riguardo l’uso del voto di laurea “come criterio per l’ammissione a prove d’esame di un concorso, oppure come titolo per il computo del punteggio che determina i vincitori di concorso”.

Tali questioni, aggiunge il ministro, “sono relative alle difformità degli ordinamenti nelle singole università che poi rilasciano titoli formalmente identici”. È questo il punto centrale della discussione.

Infatti il professore sentenzia, subito dopo: “È esperienza comune che i voti di laurea, anche per singoli indirizzi di studi o facoltà, siano tra di loro difficilmente confrontabili. Nella facoltà di economia dell’università X solo il 5 per cento degli studenti arriva al 110 e un altro 10 per cento si colloca tra il 100 e il 109. Nella stessa facoltà dell’università Y le percentuali sono del 15 e del 20 per cento. È molto improbabile che gli studenti di Y siano mediamente più intelligenti e preparati degli studenti di X. Il problema sono i professori, le tradizioni e le usanze: nell’università Y il sistema è più generoso. Lo stesso studente nelle due università X e Y avrebbe due voti di laurea molto diversi tra di loro”.

Da ciò deriverebbe, a detta di Giarda, un problema serio, allorché l’accesso a un concorso sia condizionato dal possesso di una laurea con voto minimo. In questo caso “un bravo, ma non eccellente, studente dell’università X non può accedervi mentre un suo coetaneo di pari preparazione dell’università Y, che magari ha conseguito la laurea con il voto di 108/110, può accedervi”.

Dove vuole andare a parare, dunque, il ministro? Il suo intento, apertamente dichiarato nelle ultime righe del citato articolo, è quello di “rimuovere gran parte del «valore legale»” della laurea. Come? Mediante due diktat: “vietare l’utilizzo del voto di laurea come titolo (o ridurne al minimo il peso) e vietare avanzamenti di carriera per effetto della sola acquisizione della laurea”.

Ma siccome il professor Giarda è, come diceva Fantozzi, “tanto umano”, si preoccupa di specificare che la sua battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio è dettata, addirittura, dalla volontà di lottare contro odiose discriminazioni: “L’utilizzo del voto di laurea come titolo per giudicare l’idoneità o le capacità di laureati provenienti da università diverse può generare disparità di trattamento perché attribuisce lo stesso peso a contenuti formativi potenzialmente molto diversi. Sarebbe come far pagare una uguale imposta sul reddito a soggetti che hanno un reddito diverso”.

Leggendo l’articolo del professore una prima volta, da capo a fondo, si rischia di essere suggestionati dalla sua autorità accademica e politica e dall’apparente consequenzialità dei suoi ragionamenti, al punto che l’abolizione del valore legale del titolo di studio sembrerebbe profilarsi all’orizzonte come l’avvento della più ortodossa delle equità.

Se non che, le argomentazioni del Ministro per i rapporti con il parlamento non sono in realtà argomentazioni, ma affermazioni perentorie e gratuite camuffate da verità apodittiche, aventi quale punto di partenza assunti non dichiarati, o vaghi, o indimostrabili, come fra poco riveleremo.

Anzitutto, non sarà male sapere qualcosa in più su questo enigmatico personaggio. Anch’egli, come molti membri del governo Monti, viene di solito presentato come un “volto nuovo”, estraneo alla vecchia politica; un “tecnico”, insomma.

Le cose non stanno esattamente così. La scheda personale del neo-ministro, fruibile pubblicamente sul sito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, evidenzia che Giarda si è laureato in economia e commercio presso questa stessa Università, nel lontano 1962. Fra il 1965 e il 1969 ha studiato a Princeton e Harvard, conseguendo poi la libera docenza in Scienza delle finanze e diritto finanziario. Ha insegnato, quindi, alla Cattolica dal 1968 fino al 1976, in qualità di professore incaricato; dal 1976 al 2001 in qualità di professore ordinario di Scienza delle finanze. Attualmente è responsabile del Laboratorio di Analisi Monetaria nell’Università Cattolica.

Non solo: ha svolto attività di consulenza alla Presidenza del Consiglio e al Ministero delle Finanze, ed è stato Presidente della Commissione Tecnica per la Spesa pubblica presso il Ministero del Tesoro dal 1986 al 1995, nonché Sottosegretario presso lo stesso Ministero, dal 1995 al 2001.

A questo già corposo curriculum, il settantacinquenne professor Giarda aggiunge anche gli incarichi di Vice-Presidente della Fondazione “Milano per la Scala”, di componente del Consiglio di amministrazione del Teatro dell’Opera di Roma, di socio di ASTRID (“Fondazione per l’Analisi, gli Studi e le ricerche sulla riforma delle Istituzioni Democratiche e sull’innovazione nelle amministrazioni pubbliche”, presieduta da Franco Bassanini) e, infine, di socio dell’Aspen Institute.

Quest’ultima, forse, è l’annotazione più interessante. L’Aspen Institute si definisce, sul suo portale italiano, come “un’associazione privata, indipendente, internazionale, apartitica e senza fini di lucro caratterizzata dall’approfondimento, la discussione, lo scambio di conoscenze, informazioni e valori”. Nato negli Stati Uniti nel 1950, “per iniziativa di un gruppo di intellettuali e uomini di affari americani convinti della necessità di rilanciare il dialogo, la conoscenza e i valori umanistici in una realtà geopolitica internazionale complessa e in evoluzione, appena uscita dalla devastante esperienza della Seconda Guerra Mondiale”, l’Aspen Institute iniziò la propria attività in Italia nel 1984. Oggi ha una sede centrale a Roma e un ufficio a Milano. Aspen Italia identifica la propria “missione” nell’internazionalizzazione “della leadership imprenditoriale, politica e culturale del Paese attraverso un libero confronto tra idee e provenienze diverse per identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni”.

Il metodo Aspen - leggiamo ancora sul sito italiano - privilegia il confronto e il dibattito “a porte chiuse”, favorisce le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento dei temi in discussione. “Attorno al tavolo Aspen discutono leader del mondo industriale, economico, finanziario, politico, sociale e culturale in condizioni di assoluta riservatezza e di libertà espressiva”.

In parole povere, si tratta di una potentissima associazione di stampo massonico, il cui Comitato esecutivo italiano è impressionante per il numero e l’importanza dei suoi membri, che costituiscono il gotha del potere finanziario, politico e mediatico: Luigi Abete, Giuliano Amato, Lucia Annunziata, Alberto Bombassei, Francesco Caltagirone, Giuseppe Cattaneo, Fedele Confalonieri, Fulvio Conti, Maurizio Costa, Gianni De Michelis, Umberto Eco, John Elkann, Jean-Paul Fitoussi, Franco Frattini, Gabriele Galateri di Genola, Mario Greco, Enrico Letta, Gianni Letta, Emma Marcegaglia, William Mayer, Francesco Micheli, Paolo Mieli, Mario Monti, Lorenzo Ornaghi, Riccardo Perissich, Angelo Maria Petroni, Mario Pirani, Romano Prodi, Alberto Quadrio Curzio, Giuseppe Recchi, Gianfelice Rocca, Cesare Romiti, Paolo Savona, Carlo Scognamiglio, Lucio Stanca, Giulio Tremonti, Beatrice Trussardi, Giuliano Urbani, Giacomo Vaciago.

Se poi passiamo alla lista dei soci, noteremo anche qui alcuni dati sorprendenti. La categoria dei “sostenitori” comprende società, associazioni ed enti, italiani e internazionali, che “finanziano con una quota annuale, uguale per tutti, le attività e i programmi dell’Istituto”. Si tratta di un lunghissimo elenco di banche, grandi imprese, associazioni professionali: da Invitalia al Monte dei Paschi di Siena, da Microsoft Italia alla Deutsche Bank, dalle Ferrovie dello Stato a Google, da Mediaset alla Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue.

Un singolare intreccio di interessi, dunque, dove si incontrano persone e istituzioni che, nella “vulgata” giornalistica, sono concorrenti se non nemiche, ma che evidentemente si riconoscono sotto l’unico motto dell’Aspen Institute americano: “Timeless values, enlightened leadership”, ovvero “Valori senza tempo, leadership illuminata”.

Dell’Aspen, per la verità, ci importerebbe poco in questa sede, se non fosse che due membri del Consiglio direttivo dell’ANVUR, il Presidente Stefano Fantoni e Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, hanno intrattenuto con l’Institute stretti rapporti di collaborazione. Fantoni, infatti, come si legge nella sua scheda biografica, “ha fondato l’Elba International Physics Center (EIPC) e lo ha diretto dal 1985 al 1992. Il centro ha funzionato in quegli anni secondo i criteri dell’Aspen center in USA, organizzando conferenze, workshop con finanziamenti degli enti locali e di alcuni centri di ricerca internazionali”. Dal canto suo, la Kostoris è stata addirittura membro del Consiglio Direttivo dell’Aspen Institute Italia, dal 1994 al 2003.

Un think tank di una simile potenza e riservatezza non può, naturalmente, rimanere neutrale rispetto alla politica italiana. Lo scrive a chiare lettere Italo Romano, il quale ha dedicato all’Aspen un ampio saggio sul sito di controinformazione “Oltre la Coltre”:


“Ora mi volete far credere che tutta questa marmaglia di uomini politici, alta finanza e chi più ne ha più ne metta, non discuta minimamente della politica nostrana? A me sembra inevitabile, anzi ad essere cattivo mi verrebbe da dire che sia lo scopo principale di quest’organizzazione. Dirigere nelle retrovie del clamore mediatico le sorti economiche e sociali del paese, imponendo politiche ad hoc per tutelare il potere dei veri padroni, a discapito della popolazione, che ricordiamolo è all’oscuro di tutto.

Ergo, immagino che queste armoniose discussioni possano facilmente condizionare o quanto meno influenzare la politica dell’esecutivo, di qualunque schieramento esso sia”.


L’analisi di Romano è corroborata, per quanto concerne il tema che ci riguarda, dalla lettura di un articolo che compare sul sito italiano di Aspen Institute, La ricerca scientifica per la crescita dell’Italia. Dopo una serie di considerazioni non particolarmente originali, volte a delineare un quadro tutto sommato soddisfacente sullo stato della ricerca, si individuano alcune criticità e se ne delineano le soluzioni: “È sulla base di questa consapevolezza che ogni eventuale proposta volta a rafforzare la ricerca italiana, in particolare quella scientifica, deve muoversi: dagli incentivi per l’attrazione di cervelli dall’estero all’istituzione di tavoli interministeriali per coordinare e razionalizzare gli interventi di sostegno alla ricerca ai fini dell’interesse nazionale del Paese, dalla possibile riforma del valore legale dei titoli di studio fino a misure specifiche per favorire una migliore sinergia tra università, ricerca e impresa”.

Il tema dell’abolizione del valore legale della laurea - anzi, qui si parla addirittura dei “titoli di studio” tout court - non piove, dunque, dal cielo direttamente nei sapienti crani della politica italiana, ovviamente per il “bene del Paese”: si tratta di un’istanza elaborata e promossa all’interno di circoli riservati e influenti di potere politico, economico e culturale, a loro volta “eterodiretti” da centri di comando posti “oltre Atlantico”.

Dopo questa ampia, ma necessaria digressione, torniamo al nostro Aspen-Professor Dino Piero Giarda e alle sue elucubrazioni, impreziosite da X e Y, a favore della “riduzione” (leggi “abolizione”) del valore legale della laurea ai fini della valutazione dei candidati ai concorsi.

Ovviamente il Ministro per i rapporti con il parlamento non è solo in questa presunta crociata per la libertà. L’11 gennaio scorso un gruppo di autorevoli firmatari, capeggiati dal giuslavorista Pietro Ichino, ha sottoscritto un documento intitolato Vogliamo liberare l’università, introdotto dall’immancabile citazione di un “padre nobile”; nel caso presente, addirittura Luigi Einaudi. L’appello, in sintesi, propone la realizzazione delle seguenti riforme: abolizione del valore legale del titolo di studio universitario, liberalizzazione delle rette universitarie, istituzione di un sistema di borse di studio e prestiti d’onore. In sostanza, ogni ateneo - secondo i promotori del documento - dovrebbe poter scegliere a suo arbitrio l’entità delle tasse universitarie. Inoltre, quegli stessi studenti “capaci e meritevoli” che, in base all’articolo 34 della Costituzione italiana, “hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, dovrebbero, secondo Ichino e i suoi seguaci, contrarre dei prestiti per potersi pagare l’università.

Naturalmente, il tutto prevede e presuppone l’abolizione del valore legale della laurea.

Molte e altrettanto autorevoli, in verità, sono state le voci levatesi contro questo sconcio neoliberista travestito da elemento di progresso. In particolare, è stato fatto notare che, al solito, in Italia si esige di adottare, come se fossero clamorose novità, riforme generate da contesti culturali, economici e politici assolutamente diversi, arbitrariamente assunti a modello. Tale pretesa è tanto più grottesca quanto più siffatte riforme vengono sottoposte, nei loro paesi di origine, a una critica serrata e, spesso, feroce.

È questo il caso del “modello Browne”, lo stesso che i firmatari dell’appello propongono di adottare nel nostro paese. Il “rapporto Browne” ha innalzato Oltremanica a 9.000 sterline la retta universitaria annua per studente, proponendo contestualmente agli studenti meno abbienti di pagare i propri studi mediante mutui bancari con interesse del 2,2%. Francesca Coin, in un accorato articolo dal titolo Università: il peggio deve ancora venire, ricorda che fino al 1 settembre 2004 era possibile, per gli studenti inadempienti, dichiarare bancarotta e cancellare il debito. Quando, a seguito della crisi economica europea, i casi di bancarotta sono aumentati, passando da 276 nel 2002 sino a 899 nel 2004, il Ministero dell’istruzione britannico ha proposto e ottenuto che i debiti studenteschi rimanessero responsabilità del contraente. Sicché il debito studentesco in Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti, in Giappone e in Canada, è in costante aumento. In Giappone la maggioranza degli studenti è costretta ad avvalersi di prestiti con interesse: “minori sono i mezzi, infatti, e maggiore è il tasso d’interesse che la banca impone ai giovani contraenti. Spesso, prima ancora di trovare un lavoro, molti studenti giapponesi hanno così accumulato un debito di circa 10 milioni di yen”, ovvero più o meno 86.000 euro.

Negli USA, “mito” dei riformatori liberisti di casa nostra, Malcom Harris ha mostrato tutte le aberrazioni cui un sistema simile può portare, nel saggio La bolla universitaria. Dal 1978, scrive Harris, “le tasse dei college statunitensi sono aumentate di oltre il 900 per cento, 650 punti più dell’inflazione”. Il retroscena beffardo di questa situazione, già di per sé allarmante, consiste nel fatto che l’indebitamento degli studenti e l’aumento dei costi per l’iscrizione ai college non garantiscono affatto un miglioramento della qualità degli studi. A tale proposito Harris cita Marc Bousquet, un ricercatore che studia il funzionamento dell’istruzione universitaria. Costui, in How the university works (Come funziona l’università), scrive: “Se in questo momento siete iscritti a quattro corsi, ci sono buone probabilità che uno sia tenuto da una persona che ha un dottorato e che sul piano professionale, della preparazione e del servizio, non ha subìto i controlli normalmente riservati ai titolari di cattedra. A tenere gli altri tre corsi, invece, potrebbe esserci qualcuno non ancora laureato, che è stato scelto da un dirigente amministrativo e non dai professori di ruolo, che forse non pubblicherà mai nulla sulla materia che insegna, che è nella rosa di possibili candidati perché è disposto a lavorare per un salario da fame (spesso nell’illusione di poter prima o poi arrivare a una cattedra) e che non ha intenzione di rimanere in quell’università per più di tre anni”.

In cima alla piramide universitaria, infatti, nota Harris, non vi sono i professori ben pagati: le rette non aumentano a beneficio degli insegnanti. “Mentre gli incarichi didattici sono diventati sempre più precari e mal pagati, non si può dire lo stesso di quelli amministrativi. In passato, gli amministratori erano in genere docenti con qualche responsabilità in più. Oggi somigliano ai manager delle grandi aziende, e ricevono stipendi simili. Alcune università piene di spirito imprenditoriale hanno introdotto questo cambiamento, e le pressioni del mercato hanno costretto le altre a seguire l’esempio, pagando stipendi da capogiro per i tanto richiesti amministratori”. Si è così arrivati all’assurdo: “mentre la percentuale dei professori che possono aspirare a una cattedra è diminuita, il numero dei dirigenti è salito alle stelle, in termini sia relativi sia assoluti”, al punto che, secondo i calcoli del Dipartimento della pubblica istruzione statunitense, entro il 2014 nelle università senza scopo di lucro che offrono corsi quadriennali ci saranno più amministratori che docenti.

Tenendo conto di quanto sopra esposto, sforziamoci di pensare a quale potrebbe essere l’esito dell’applicazione del “modello Browne” in una realtà come quella del Mezzogiorno d’Italia, duramente provata da un disagio economico e sociale di antica data, aggravato ulteriormente dall’attuale crisi. Non occorre, a nostro avviso, essere un economista o un socio Aspen Institute per immaginare i risultati catastrofici cui si andrebbe incontro. Le famiglie disagiate sarebbero completamente tagliate fuori da qualsiasi possibilità di garantire ai loro figli l’opportunità di un riscatto sociale e culturale attraverso l’accesso all’istruzione superiore. Anche il cosiddetto “ceto medio” - terribilmente colpito dalla crisi fino ad “assottigliarsi” ai minimi termini - dovrebbe, presumibilmente, rinunciare a questa occasione. L’unica alternativa sarebbe quella di ridurre ancor più i suoi già precari risparmi nello sforzo di soccorrere i figli oppressi, sin dal compimento della maggiore età, da mutui e prestiti.

Circa la questione generale, ovvero la più volte ricordata abolizione del valore legale della laurea, riprendiamo ancora una volta l’articolo del Ministro Giarda, con peculiare riferimento al passo in cui il professore si trastulla con le equazioni. Riportiamolo nuovamente, per amore di chiarezza:


“È esperienza comune che i voti di laurea, anche per singoli indirizzi di studi o facoltà, siano tra di loro difficilmente confrontabili. Nella facoltà di economia dell’università X solo il 5 per cento degli studenti arriva al 110 e un altro 10 per cento si colloca tra il 100 e il 109. Nella stessa facoltà dell’università Y le percentuali sono del 15 e del 20 per cento. È molto improbabile che gli studenti di Y siano mediamente più intelligenti e preparati degli studenti di X. Il problema sono i professori, le tradizioni e le usanze: nell’università Y il sistema è più generoso. Lo stesso studente nelle due università X e Y avrebbe due voti di laurea molto diversi tra di loro”.


Bando alle ipocrisie, alle X e alle Y. Come è noto, uno dei ritornelli leghisti antimeridionali di maggior successo consiste nell’accusa, rivolta ai nostri compatrioti, di vincere più facilmente i concorsi rispetto ai “poveri” padani perché questi ultimi studierebbero in scuole e università serie, laddove alle nostre latitudini dominerebbe la “manica larga” nella valutazione degli studenti. Si tratta di un pregiudizio talmente diffuso al Nord da aver contagiato anche i settentrionali non leghisti, i quali danno per scontato che studiare al Sud sia più facile, e che un diplomato o un laureato del Mezzogiorno valga meno del suo omologo veneto o lombardo. A sostegno di questa tesi vengono addotte, di solito, statistiche sulla cui provenienza e validità scientifica sembra non si voglia indagare troppo.

Ovviamente, lo stato “italiano” si è affrettato a consolare il piagnisteo del Nord (che fosse o meno di matrice leghista), intervenendo proprio sul criterio della valutazione. Giammai, infatti, si sarebbe potuto lasciare al meridionale furbetto un indebito vantaggio nell’accaparramento dei posti di insegnante o di impiegato comunale (ma non erano mestieri da “terroni”?).

Il “nuovo” ordinamento che si vorrebbe dare all’università italiana, in senso “meritocratico” ed “efficientista”, assegna alla parola chiave “valutazione” un’importanza fondamentale: nella mentalità iper-liberista di chi ci governa, infatti, a (presunti) meriti diversi dei singoli atenei deve corrispondere una netta differenziazione delle modalità di finanziamento degli stessi.

In realtà questo meccanismo è già da parecchio tempo in funzione. Il Fondo per il Finanziamento Ordinario delle Università (FFO), che costituisce la principale fonte di entrata per le Università statali, venne infatti istituito con l’art. 5 della Legge 537/93. Esso si compone di due parti: una “quota base” - attribuita automaticamente alle Università - e una “quota di riequilibrio”, assegnata, invece, in virtù di parametri quantitativi.

Il nuovo criterio di attribuzione della quota di riequilibrio, definito dall’attuale Programma Nazionale della Ricerca, è il seguente:

30% delle risorse allocate per numero iscritti;

30% delle risorse allocate seguendo l’indicatore di produttività didattica;

30% delle risorse allocate in rapporto a capacità e qualità scientifica;

10% incentivi al cambiamento.

In seguito all’applicazione della Legge 6 agosto 2008 n. 133, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, il FFO ha subito ingenti tagli, attuati principalmente mediante la riduzione dei servizi e l’aumento delle tasse per gli studenti universitari.

La maggior parte degli atenei che hanno subito un taglio superiore alla media nazionale (-7,2%) si trova naturalmente a Sud, come si rileva dalla seguente tabella:




Non si può, dunque, non concordare con le conclusioni del gruppo LINK-Coordinamento Universitario: “Si argomenterà che un sistema di mercato maggiormente concorrenziale garantirebbe una maggiore responsabilizzazione degli Atenei attraverso l’utilizzo del bastone e della carota, ma il rischio sempre più concreto è l’acuirsi del già presente Matthew effect per cui chi più ha, indipendentemente dalle modalità con le quali è giunto all’accumulazione di ciò, più avrà e chi meno ha, perderà anche quel poco che ha”.

“Chi meno ha”, tanto per cambiare, è il Sud.

 


L’ANVUR E LA POLPETTA AVVELENATA


Persino i critici più severi delle riforme gelminian-montiane si dicono d’accordo sulla necessità di promuovere anche nel nostro paese una cultura della valutazione delle università.

Francamente non riusciamo a ravvisare l’impellenza di questa necessità; ma diamola pure per vera.

Ciò premesso (e concesso), sorgono alcuni ansiosi interrogativi.

“Valutare le università”: bene. Ma come valutarle? In base a quali criteri? Soprattutto, chi deve farlo? E, domanda delle domande, quis custodiet ipsos custodes? Ovvero, chi controllerà i controllori?

Per rispondere a quest’ultimo quesito, è necessario sapere chi siano, per l’appunto, i suddetti controllori.

Abbiamo precedentemente accennato all’ANVUR, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca. Questo ente - creato con il decreto legge 3 ottobre 2006 n. 262, convertito con modificazioni dalla Legge 24 novembre 2006 n. 286 recante “Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria” (v. articolo 2, comma da 138 a 142) - si è dato nientemeno che un “Codice Etico”, nel cui Preambolo sono specificati gli obiettivi dell’Agenzia:


“L’ANVUR è un’agenzia pubblica indipendente volta alla valutazione scientifica, imparziale e rigorosa della qualità delle università e degli enti di ricerca. L’obiettivo primario dell’Agenzia è quello di promuovere, per mezzo della valutazione, il miglioramento del sistema della ricerca e della formazione superiore, assicurando che le decisioni siano prese in base a dati accurati, robusti e trasparenti, al fine di incentivare e valorizzare le eccellenze, innalzare la qualità media del sistema, puntare a una crescente meritocrazia, razionalizzare l’uso delle risorse umane e finanziarie disponibili, favorire e sviluppare il processo di internazionalizzazione”.


“Valorizzare le eccellenze”, “puntare a una crescente meritocrazia”, “favorire e sviluppare il processo di internazionalizzazione”: ci troviamo in pieno “universo Aspen”, sia sul piano filosofico sia su quello concettuale. Alla stessa temperie ci riconducono le parole d’ordine elencate all’articolo 3 del Codice Etico: “Indipendenza, imparzialità, professionalità, riservatezza e trasparenza”.

Invero sembra piuttosto problematico conciliare gli ultimi due principi enunciati. I membri del Consiglio direttivo dell’ANVUR, infatti, identificano con “massima trasparenza”, ovvero “full disclosure”, il principio in base al quale essi si avvalgono di “esperti qualificati, fissando e rendendo pubblici i criteri di scelta”. Immediatamente prima, però, gli stessi luminari esplicitano ciò che s’intende per “riservatezza” nella loro “lingua di legno”:


“I membri dell’Agenzia e, per quanto attiene le attività ad essa connesse, gli studiosi collaboratori esterni operano con rigore e professionalità. Rispettano il segreto d’ufficio e consultano i soli atti e fascicoli cui sono autorizzati ad accedere, facendone un uso conforme ai doveri d’ufficio e consentendo l’accesso a coloro che ne abbiano titolo, in conformità alle norme e ai regolamenti. Non rilasciano informazioni in merito a decisioni da assumere e a provvedimenti relativi a procedimenti in corso prima che siano stati ufficialmente deliberati dai membri del Consiglio Direttivo e comunicati formalmente. In ogni caso si impegnano a mantenere la massima riservatezza su tutti gli aspetti dell’attività dell’Agenzia che i membri del Consiglio Direttivo decidono di non rendere pubblici, né a usare le informazioni ottenute nell’attività d’ufficio per conseguire profitti o interessi privati”.


Vi sarebbero, a nostro avviso, gli estremi per chiedere dei chiarimenti sulla terminologia qui adoperata. Ma qualsiasi domanda rimarrebbe senza risposta, o - nella migliore delle ipotesi - riceverebbe una risposta elusiva. Lasciamo perdere, dunque.

Ci limitiamo solo a ricordare che, come abbiamo rilevato in precedenza, due fra i membri del Consiglio direttivo dell’ANVUR hanno attivamente collaborato proprio con l’Aspen Institute: il presidente Stefano Fantoni, tarantino, fino al 2011 ordinario di Teoria delle forze nucleari presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, e l’economista romana Fiorella Kostoris Padoa Schioppa.

Gli altri componenti del Consiglio sono: Sergio Benedetto, torinese, a lungo professore ordinario di Telecomunicazioni presso il Politecnico di Torino; Andrea Bonaccorsi, ordinario di Ingegneria gestionale presso la facoltà di Ingegneria della sua città natale, Pisa; Massimo Castagnaro, nato a Sona (Verona), professore ordinario di Patologia Generale e Anatomia Patologica Veterinaria presso l’Università di Padova; Giuseppe Novelli, calabrese di Rossano, genetista, direttore della U.O.C. Laboratorio di Genetica Medica del Policlinico Universitario di Tor Vergata; infine Luisa Ribolzi, di Malnate (Varese), già professore ordinario di Sociologia dell’educazione a Genova, più volte - a partire dal 1995 - membro di commissioni del Ministero della pubblica istruzione.

Proprio la malcapitata professoressa Ribolzi è stata oggetto dei più pungenti sarcasmi da parte di quanti non hanno condiviso i metodi di valutazione adoperati dall’ANVUR. La docente, infatti, è stata così ingenua da scrivere sul suo curriculum, pubblicato nel sito dell’Agenzia, che ha lavorato per due anni, dal 1970 al 1972, alla Mondadori, presso la redazione di Topolino. Si dice, anzi, che sia lei l’anonima autrice di un vero best-seller: il Manuale di Nonna Papera.

Non ci uniremo a quanti si stracciano le vesti per questi innocenti trascorsi ludico-letterari della Ribolzi. Ci preoccupa molto di più, infatti, quanto la professoressa ha scritto nei suoi testi “seri”, come nell’articolo In medio sta(ba)t virtus: gloria e decadenza della scuola media, pubblicato (e ti pareva!) dalla Fondazione Giovanni Agnelli. All’interno di questo saggio, dopo alcune discutibilissime premesse riguardanti la storia della scuola in Italia - basate sulla costante giustapposizione fra il “prospero Nord” e il Mezzogiorno derelitto -, si affronta il tema della scuola media “unica”. Quindi si può leggere la seguente “perla”:


"Per quanto riguarda l’efficacia e la qualità, la scuola media, benché a tutti gli effetti obbligatoria da quarant’anni, resta una scuola “a due velocità”, in cui nelle regioni del Sud la selettività è sistematicamente maggiore, con un elevato numero di abbandoni, gli apprendimenti si attestano a livelli più bassi, l’attuazione dell’inserimento dei disabili (e per le elementari il tempo pieno) è minore che al Nord e le condizioni strutturali sono rimaste a lungo peggiori e più precarie, e in parte lo sono ancora. L’unico punto positivo è legato alla presenza di un corpo docente più stabile e meno pendolare, dal momento che molti insegnanti iniziano il loro lavoro al Nord e poi cercano di ritornare a Sud, dove arrivano più qualificati, per non muoversi più".


Detto fuori dai denti: i professori terroni - ignoranti e selvaggi - occupano le cattedre del Nord. Qui si civilizzano, dopodiché - ingrati! - se ne ritornano a cà lor.

Può una presunta “esperta”, il cui cervello è ripieno di simili pregiudizi, fornire una valutazione serena sullo stato dell’istruzione superiore al Sud? Lasciamo aperta la domanda.

Ciò che è evidente, al di là di tutto, è l’esorbitanza dei poteri delegati all’ANVUR. Sul sito dell’Agenzia è presente la versione in formato pdf di alcune slide proiettate durante un incontro tenuto a Firenze da Sergio Benedetto, il quale ha così elencato i compiti dell’ente di cui fa parte:


“1. Valuta la qualità dei processi, i risultati e i prodotti delle attività di gestione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico delle università e degli enti di ricerca…

2. Definisce criteri e metodologie per la valutazione, in base a criteri oggettivi e certificabili, delle strutture delle università e degli enti di ricerca…

3. Esercita funzioni di indirizzo delle attività di valutazione demandate ai nuclei di valutazione interna degli atenei e dei centri di ricerca…

4. Predispone …procedure uniformi per la rilevazione della valutazione dei corsi da parte degli studenti…

5. Elabora e propone al Ministro i requisiti quantitativi e qualitativi…ai fini dell’istituzione, federazione ovvero soppressione di università o di sedi distaccate…

6. Elabora…i parametri di riferimento per l’allocazione dei finanziamenti statali …

7. Valuta…i risultati degli accordi di programma e il loro contributo al miglioramento della qualità complessiva del sistema universitario e della ricerca”.


Praticamente, dunque, l’ANVUR esercita una potestà di vita o di morte sugli atenei, avendo pure la facoltà di decidere quali università lo stato debba finanziare e in quale misura.

Sarebbe auspicabile che un’Agenzia dotata di facoltà tanto ampie fosse realmente capace di giudizi assolutamente corretti e imparziali. In effetti l’ANVUR pretende di possedere tale requisito, ma come abbiamo visto, almeno nel caso di uno dei componenti del suo Consiglio direttivo, vi sono dei margini di dubbio in tal senso.

La questione diventa più delicata allorché si guarda, in generale, alle metodologie “matematiche” correntemente usate per la valutazione. Due studiosi americani, D. N. Arnold e K. K. Fowler, hanno severamente criticato i cosiddetti “indicatori bibliometrici”, gli indici sistematici impiegati per misurare l’impatto delle riviste scientifiche e degli articoli in esse pubblicati. I due autori sottolineano la pericolosità dell’uso di tali indicatori come unico parametro per valutare i singoli ricercatori ai fini di reclutamento e di carriera. A dimostrazione della totale assenza di scientificità di criteri che - essendo numerici, si pretendono indiscutibilmente validi - Arnold e Fowler hanno presentato due esempi “scandalosi” di impiego distorto degli indicatori bibliometrici.

Quello, forse, più significativo riguarda un professore egiziano, Mohamed El Naschie. Già nel 2009 D. N. Arnold, allora presidente della prestigiosa Society for Industrial and Applied Mathematics, aveva additato l’anomalia dei 307 articoli di El Naschie pubblicati nella rivista «Chaos, Solitons & Fractals», diretta - guarda caso - dallo stesso El Naschie. Sempre nel medesimo anno, la casa editrice Elsevier rendeva note le dimissioni di El Naschie da direttore della rivista, successivamente rilanciata nel 2010 con un comitato editoriale interamente rinnovato.

La prolificità scientifica di El Naschie è riuscita a influenzare persino la classifica delle università di Times Higher Education (THE). Nella classifica 2010, l’Università di Alessandria di Egitto si è piazzata al 147° posto, guadagnandosi le pubbliche congratulazioni di Times Higher Education. Giuseppe De Nicolao, autore del saggio I numeri tossici che minacciano la scienza, aggiunge: “Ma ancor più clamorosamente, nella sottocategoria ‘research influence’, misurata mediante le citazioni scientifiche, l’università di Alessandria si è classificata al quarto posto mondiale, davanti a Harvard e Stanford, venendo preceduta solo da Caltech, MIT e Princeton. Da subito, si veniva a sapere che lo straordinario risultato dipendeva dall’eccezionale produzione scientifica di un solo ricercatore, pubblicata in una sola rivista scientifica. Poche settimane dopo, in un articolo dedicato alla vicenda, il New York Times rivelava che si trattava proprio di El Naschie e della rivista da lui diretta”.

Si tratterà, magari, di un caso limite. Eppure, simili episodi dovrebbero far riflettere seriamente sulla scientificità dei criteri di valutazione e, soprattutto, sull’attendibilità di quelle classifiche internazionali degli atenei le quali, con la loro apparente oggettività, si presentano come la prova inconfutabile della totale inadeguatezza dell’università italiana. Esse, per giunta, penalizzano in modo particolare, quasi infierendo su di loro, gli atenei meridionali, che infatti vengono ormai comunemente considerati, anche grazie a una propaganda non disinteressata svolta a mezzo stampa, come fanalini di coda di un sistema già di per sé disastrato.

Ancora De Nicolao fa notare i rischi della probabile adozione, da parte dell’ANVUR, di un metodo di valutazione clamorosamente errato, fondato sulla somma o sulla media dei percentile ranks, ovvero “percentili”[1]. Il suo saggio si intitola La classifica di Nonna Papera, con riferimento deliziosamente perfido ai trascorsi lavorativi della summenzionata professoressa Ribolzi. Chi volesse leggerlo, può aprire la pagina web http://www.roars.it/online/?p=3567. Fra l’altro, il sito www.roars.it comprende numerosissimi contributi contenenti rilievi estremamente critici nei confronti dell’ANVUR. Il Consiglio direttivo dell’Agenzia si è perfino preoccupato di confutare, a suo modo, tali asserzioni. Infatti, l’8 marzo scorso lo stesso Consiglio ha pubblicato una piccatissima replica alle obiezioni rivolte contro i suoi standard bibliometrici, concludendo la lezioncina così: “l’ANVUR ha dato ampia dimostrazione della volontà di confronto e condivisione della propria linea, pubblicando documenti in bozza preliminari alle decisioni finali, e continuerà a farlo ricercando la collaborazione di coloro che sono animati da spirito costruttivo. Avendo verificato che le critiche del sito in questione non soddisfano, nel merito e nel metodo, a tale condizione, si asterrà d’ora in poi da qualunque commento e risposta”.

A parte il fatto che non risulta che l’ANVUR abbia pubblicato “documenti in bozza preliminari alle decisioni finali” riguardanti, specificamente, i criteri di valutazione discussi, siamo di fronte alla tipica risposta fornita degli ambienti Aspen-massonici quando vengono attaccati: si ribadisce il “Verbo” e si nega con arroganza ai “reprobi” qualsiasi ulteriore confronto.

Niente di nuovo sotto il sole.

Ma la protervia di questa o di quella istituzione, la sua insindacabilità, la sua tracotante potenza, non devono esimere noi Meridionali dal dovere di tutelare i nostri interessi, specie in un campo così delicato come quello della formazione dei giovani.

Sebbene possa apparire anacronistico e stucchevole a quanti non si sforzano di leggere la storia al di là delle favole risorgimentali, occorre lavorare instancabilmente per ritrovare le tracce del nostro passato anche nel campo dell’istruzione. Checché se ne dica, pure in questo settore - specialmente nel ramo dell’istruzione tecnica - le Due Sicilie fornirono un contributo altissimo alle scienze dell’uomo e della natura.

Senza contare che il sistema bastato sulle “piazze franche” e sulle “mezze piazze franche”, cioè sull’esenzione da metà o da tutta intera la retta, ottenuta per concorso, permise davvero ai giovani “capaci e meritevoli” del Regno, a qualunque famiglia appartenessero, di potersi dedicare agli studi cui la loro vocazione li indirizzava. Grazie a questo sistema, un giovane di appena 17 anni, nato nel 1831 in un piccolo centro della Provincia di Molise, Civitanova, poté venire a Napoli a formarsi presso il Collegio medico cerusico, diventando, poi, un clinico la cui fama ha varcato di gran lunga il tempo, pur non breve, della sua vita. Quel diciassettenne si chiamava Antonio Cardarelli.



[1] Per chiarezza riportiamo una definizione del “percentile” tratta dal vocabolario italiano della Hoepli: “In una serie di valori ordinata in senso non decrescente, ciascuna delle parti frazionarie che risultano dalla suddivisione per cento della serie stessa”.

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